L’AI non vi ruberà il lavoro. Lo farà il vostro capo, grazie all’AI

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L’intelligenza artificiale fa salire i profitti e scendere le buste paga. Chi guadagna davvero dalla rivoluzione tecnologica?

Le grandi aziende tech licenziano a migliaia mentre investono centinaia di miliardi. Un modello economico che premia il capitale e penalizza il lavoro


C’è un paradosso al cuore della rivoluzione tecnologica in corso: le aziende non sono mai state così ricche, e non sono mai state così decise a fare a meno delle persone.

L’intelligenza artificiale non è più una promessa sul futuro. È già una forza attiva che sta ridisegnando i confini tra ciò che fanno le macchine e ciò che fanno gli esseri umani. E i mercati finanziari, con la loro brutalità consueta, hanno cominciato a trarne le conseguenze.

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La Borsa scopre che l’AI non è solo un’opportunità

Per mesi gli investitori hanno inseguito i titoli legati all’intelligenza artificiale come se fossero biglietti della lotteria. Poi, in pochi giorni, il vento è cambiato.

A finire nel mirino delle vendite non sono stati i produttori di AI, ma le sue vittime designate: aziende di software, studi legali, società di consulenza, operatori logistici, piattaforme finanziarie. Settori interi che improvvisamente sono apparsi fragili, esposti, sostituibili.

«È un fenomeno inedito», osserva Stéphane Klecha, fondatore dell’omonima banca d’affari. «Le turbolenze hanno attraversato simultaneamente Wall Street e le Borse europee, che di solito restano più al riparo dagli eccessi speculativi americani».

La sua valutazione è che i mercati stiano esagerando: le aziende colpite non spariranno dall’oggi al domani, la fedeltà dei clienti non si azzera con un aggiornamento software. Ma il segnale di fondo è reale: gli investitori hanno smesso di chiedersi se l’AI cambierà le cose, e hanno iniziato a chiedersi quando.


Il programmatore diventa obsoleto

A innescare il panico è stato il rilascio di una nuova generazione di strumenti AI da parte dei principali laboratori americani. Strumenti capaci di scrivere codice, redigere contratti, analizzare bilanci, ottimizzare catene di fornitura.

Tutto ciò che fino a ieri richiedeva anni di formazione e competenze specializzate, oggi può essere delegato a un modello linguistico con poche istruzioni in linguaggio naturale.

Matt Shumer, ingegnere e imprenditore nel settore software, lo ha detto senza giri di parole in un post su X che ha raggiunto 79 milioni di persone:

«La parte tecnica del mio lavoro non richiede più il mio contributo. Descrivo in inglese quello che voglio, e appare.»

Una confessione che ha colpito perché proveniva dall’interno — da chi quella professione la esercita, non da un economista che teorizza da lontano.

Dai documenti interni che circolano tra i grandi laboratori di ricerca emerge una convinzione sempre più esplicita: l’AI non è uno strumento che affianca il lavoratore. È un sostituto del lavoro in quanto tale. Non rimpiazza questa o quella mansione: aspira a rimpiazzare la funzione stessa del lavoro umano nei processi produttivi.


2.000 miliardi di dollari evaporati in dodici mesi

Gli analisti di JP Morgan hanno messo i numeri su ciò che sta accadendo al settore software:

  • -34% in dodici mesi
  • 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione bruciati
  • Peso nell’S&P 500 dimezzato: dal 12% all’8,4%

È il peggior crollo di un comparto in trent’anni al di fuori di una recessione conclamata. Non è il risultato di trimestrali deludenti o scandali aziendali. È una revisione collettiva delle aspettative: il mercato scommette che questi business varranno meno, perché produrranno meno, perché serviranno meno persone per farlo.


Mezzo milione di licenziamenti nelle aziende più ricche del mondo

Il dato più eloquente non arriva dalle Borse, ma dai comunicati stampa. Dal novembre 2022, quando ChatGPT irruppe nella coscienza collettiva, le aziende tecnologiche globali hanno tagliato quasi 560 mila posti di lavoro:

  • Amazon: 30.000 posizioni eliminate
  • Tesla: 14.000
  • Google: 12.000
  • Microsoft e Meta: 10.000 ciascuna

Non si tratta di aziende in difficoltà che tagliano per sopravvivere. Sono tra le imprese più redditizie della storia, che nel solo 2026 investiranno oltre 660 miliardi di dollari in intelligenza artificiale e infrastrutture digitali.

Licenziano non perché non possono permettersi i dipendenti. Ma perché hanno deciso di non averne bisogno.

Il fenomeno si estende ben oltre la Silicon Valley. Secondo Challenger, Gray & Christmas, le imprese americane hanno annunciato nel 2025 oltre 1,2 milioni di esuberi — il 58% in più rispetto all’anno precedente, ai livelli più elevati dalla pandemia. Nello stesso periodo le assunzioni sono precipitate ai minimi dal 2010: appena 507 mila nuove posizioni, un terzo in meno rispetto al 2024. La forbice si allarga soprattutto per i profili junior, i più facilmente rimpiazzabili dagli strumenti di automazione.


Nvidia vale venti volte IBM con un quindicesimo dei dipendenti

Per capire dove sta andando il capitalismo, basta confrontare due istantanee a quarant’anni di distanza.

Nel 1985 IBM era l’azienda più capitalizzata al mondo e impiegava 400.000 persone. Oggi quel primato appartiene a Nvidia, che di dipendenti ne conta 30.000. Eppure vale venti volte di più ed è cinque volte più redditizia.

Lo ha notato Greg Ip, chief economist del Wall Street Journal. E il confronto vale più di qualsiasi analisi: il capitalismo contemporaneo riesce a creare valore enormemente maggiore con una frazione del lavoro che richiedeva in passato.

Il punto non è tecnico. È politico ed economico.

Quando una macchina sostituisce un lavoratore, quel lavoratore perde il reddito. Ma il valore che produceva non scompare: si trasforma in margine operativo, in dividendo, in rendita per chi possiede la tecnologia e le infrastrutture su cui gira. La produttività cresce, la torta si allarga — ma le fette vengono tagliate in modo sempre più diseguale.

Chi detiene il capitale — fisico, finanziario, tecnologico — vede moltiplicarsi la propria quota. Chi vende il proprio tempo e le proprie competenze si ritrova in una posizione sempre più debole.


La redistribuzione che non arriverà da sola

In certi ambienti aziendali ha preso piede un’idea suggestiva: le imprese potrebbero farsi carico di retribuire i propri dipendenti anche dopo che l’automazione li avrà resi economicamente superflui.

È una proposta che suona generosa in superficie. Ma rivela una contraddizione fondamentale: ammette implicitamente che il mercato, lasciato libero di operare, non produce da solo una distribuzione equa dei benefici tecnologici. E propone di rimediare affidandosi alla discrezionalità delle stesse corporation che quella tecnologia controllano e da essa traggono profitto.

La storia insegna altro. I guadagni di produttività generati dall’automazione industriale del Novecento non filtrarono verso i lavoratori per generosità imprenditoriale. Arrivarono attraverso decenni di conflitti sindacali, legislazioni sul lavoro, sistemi di welfare costruiti pezzo per pezzo con fatica politica.

La posta in gioco oggi non è diversa nella sostanza, anche se il contesto è cambiato radicalmente.

Chi possiede i modelli AI, i data center, le piattaforme su cui si regge l’economia digitale, possiede di fatto i mezzi di produzione del futuro. E senza strumenti collettivi capaci di redistribuire quella rendita — una fiscalità seria sul capitale, regole vincolanti sulla governance dell’AI, meccanismi strutturali di condivisione dei guadagni di produttività — la traiettoria è già disegnata.

Una minoranza sempre più ristretta accumulerà una quota sempre più larga della ricchezza prodotta. Tutti gli altri si troveranno a negoziare le condizioni della propria marginalizzazione.


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